coazione a ripetere
Giugno 20, 2008
la coazione a ripetere porta dolore, cosi’ ho letto e credo sia vero
si ripropongono situazioni, persone, momenti, desideri, gli indesiderati, le indesiderate, memorie, ricordi, scritti, aggettivi, soggetti, oggetti, verita’, false verita’, colpe, sensi di colpa
ed infine io spero che ogni cosa, soggetto, oggetto, azione, stallo, ritrovi la sua collocazione e smetta di riproporsi a sproposito nella mia vita, ho bisogno di ritrovare la mia tranquillita’ e egoisticamente mi voglio preservare dalla coazione a ripetere.
grazie ho gia’ dato, pagato, vissuto e talvolta sono andata oltre, adesso vorrei solo andare oltre, di sensi di colpa ne avevo un armadio colmo, l’ho svuotato e l’armadio l’ho lasciato chiuso. ho buttato le chiavi, la serratura e’ chiusa.
l’avevo scritto anche qui, la mia asocialita’ c’e’ da tempo, forse un giorno mi mettero’ a trascrivere le montagne di pagine che ho ancora di quegli anni, scrivevo sempre quando tornavo da scuola, c’e’ chi ha letto parte di quelle pagine e sono contenta di averlo fatto, lo rifarei anche adesso anche perche’ crescere insieme in quel periodo era difficile, gli errori e le poche cose ottenute con fatica si ricordano e valgono di piu’ del male che ci siamo fatti.
come sempre quello che scrivo e’ senza codicilli o strani messaggi subliminali, e’ semplicemente come mi sento e come sto, mi aiuta a capire a che punto sono.
breve estratto che ho trovato in rete
La coazione a ripetere
Il termine schiavitù richiama alla condizione di chi non può disporre della propria esistenza perchè è tenuto in uno stato di assoggettamento da qualcosa o qualcuno. Schiavitù è dunque sinonimo di soggezione, dipendenza.
Abbiamo affiancato a questo termine il vocabolo “fascino” che evoca uno stato di attrazione verso un oggetto che esercitando fascinazione riesce a soggiogare ed imporre il proprio dominio sull’affascinato.
Ciò che tenteremo di vedere sotto questo aspetto è il sintomo nevrotico che ripetuto coattivamente ha il potere di assoggettare ad esso l’individuo impedendogli di procedere liberamente, e scopriremo, dopo averlo “guardato” più da vicino, cercando di sviscerarne le dinamiche che, nonostante possa apparire un despota feroce, il sintomo nevrotico può essere invece portatore di autentica libertà per il soggetto sempre che questi affronti il proprio sintomo e ne scopra il SENSO.
La coazione a ripetere si presenta in situazioni tipiche in cui l’individuo si trova a ripetere una modalità sulla quale sembra che egli non abbia alcun potere ma nella quale incappa costantemente e fatalmente.
Sono queste situazioni in cui i protagonisti si lamentano del proprio “destino” che sembra ripetersi nella sua negatività: rapporti di coppia che finiscono inesorabilmente con l’abbandono da parte del partner; oppure persone che trovano sempre sulla propria strada qualcuno a cui dover riversare tutta la loro attenzione finendo però con il dover rinunciare alla propria vita; altre ancora che passano la loro vita a mettere su un piedistallo qualcuno che inevitabilmente non può reggere a quel ruolo.
Modalità che vedono l’individuo essere preda dell’ossessione del pulito o dell’ordine, situazioni di dipendenza dal cibo o dal fumo, fobie, solo per citare alcune delle innumerevoli forme in cui la coazione a ripetere si manifesta.
La caratteristica che hanno in comune queste situazioni è che nonostante il soggetto ripeta continuamente quell’identica modalità, egli non sembra ricavarne, sul piano cosciente, alcunchè.
Il quadro che si delinea è piuttosto quello di un individuo che subisce passivamente un “meccanismo” che non riesce ad interrompere; tanto che il vissuto di chi sperimenta la coazione a ripetere è quello dell’essere posseduto da qualcosa che opera ben al di là della propria volontà e che sembra avere dei connotati quasi “demoniaci”.
Freud interrogandosi sulla coazione a ripetere inizia la propria speculazione proprio a partire dal vissuto di spiacevolezza, di dolore che questa modalità porta con sè.
Tanto più importante appare l’interrogativo che Freud si pone se si tiene conto che nella sua teoria sulle pulsioni egli arriva a sostenere che il “principio di piacere” è il fine ultimo dell’attività psichica.
Egli sostiene che ogni processo psichico si metterebbe in moto solo quando vi è una tensione, che vissuta come spiacevole e doloroso, nel tentativo di annullarla e produrre quello stato di quiete che equivarrebbe al piacere.
Certamente, ammette Freud, il “principio di piacere” (che come abbiamo detto sembra essere il fine ultimo dell’attività psichica) non ha il dominio incontrastato, prova ne è il principio di REALTA’ che entra in gioco quando l’essere vivente avverte delle istanze che minacciano la sua auto-conservazione.
In questo caso il principio di piacere è solo temporaneamente “sospeso”, infatti il principio di realtà mette in atto la possibilità di contenimento del dolore stesso: è in questo modo che educhiamo il principio di piacere.
Nella coazione a ripetere non solo le pulsioni che operano sembrano essere in contrasto con il principio di piacere, esse portano infatti dolore e disagio, ma soprattutto ciò che maggiormente stupisce è che nonostante la ripetizione di una modalità sempre identica, l’individuo non sembra riceverne alcuna educazione: come dire che egli non impara mai.
La ripetizione, sostiene Freud, è un piacere di per sè; basta osservare un bambino che gioca per vedere quanto volte può ripetere un gioco senza che questo perda il potere di procurargli godimento.
Nell’esercizio ludico il bambino impara a fare propria una modalità, l’assimila attraverso l’esercizio continuo; oppure nel trasporre in gioco una esperienza traumatica egli riesce, ripetendola più volte, a padroneggiarla poichè passa dall’essere solo una vicenda passivamente vissuta ad una esperienza assimilata attivamente.
Ciò nonostante la ripetizione dell’identico porta con sè piacere anche se nell’adulto ciò che provoca solitamente godimento è la novità piuttosto che la ripetizione.
Da questa contraddizione, almeno apparente poichè la coazione a ripetere porta dolore, Freud facendo un’accuratissima analisi delle pulsioni e dell’origine delle pulsioni stesse, arriva però a concludere che, celata dietro la coazione a ripetere, vi è una pulsione che opera appunto “al di là del principio di piacere”, la quale tende a ripristinare uno stato anteriore che fa risalire al mondo della materia inorganica, dove l’inerzia (la quiete) regna sovrana in quanto l’impulso di vita e la tensione che porta con sè non esisteva ancora.
Questa pulsione, o principio di morte, avrebbe come suo scopo la conservazione (che ha come sua modalità appunto la ripetizione) la quale tenderebbe a riportare ad uno stato antecedente ciò che sotto l’impulso della vita (l’Eros) viene vissuto dall’essere vivente come forza perturbatrice che mina quello stato di quiete a cui l’essere vivente vorrebbe far ritorno.
La materia inanimata fu “risvegliata” da una forza che produsse per la prima volta tensione, la quale cercando di autoeliminarsi per ritornare alla stato precedente di inerzia, diede vita alla prima pulsione anche se comunque pulsione verso lo stato di morte.
La pulsione di morte, che sarebbe in contrapposizione alla pulsione di vita, vorrebbe quindi ritornare all’Uno iniziale quando la sostanza vivente non era ancora suddivisa in tante particelle, le quali (come sostiene Platone nel “Convito”) andrebbero da allora ricercandosi per riunirsi sotto la spinta della pulsione sessuale.
Ma anche se l’impulso di morte è presente la quiete desiderata non giunge perchè il desiderio di placare la tensione è solo uno degli impulsi presenti (l’altro è l’Eros) il quale però tende a bloccare l’energia psichica che nell’azione coatta del sintomo si “impiglia” in una sorta di circolo vizioso che torna sempre su se stesso senza riuscire a sbloccarsi.
Di qui il vissuto di schiavitù poichè l’individuo rimane legato ad una modalità che non riesce ad interrompere.
La ripetizione coatta del sintomo nevrotico diventa così il luogo dove si danno battaglia le due grandi categorie universali di vita e morte.
Infatti possiamo assimilare al concetto di quiete, stasi, quello di morte (inteso come condizione di non movimento) che una parte dell’essere vivente sembra ricercare, poichè così come nella morte, nella immobilità della quiete non vi è alcuna tensione, nessun impulso che spinge verso qualcosa.
La ricerca di questa situazione di “non-vita”, intesa psichicamente, vorrebbe dire escludere qualsiasi conflitto, qualsiasi fattore perturbatore di un equilibrio già dato.
Ma così non può essere proprio perchè l’uomo è per sua natura un elaboratore di nuova conoscenza che nasce proprio dal farsi ricettivi verso stimoli che arrivano sia dall’esterno che dall’interno.
Ed è proprio dall’elaborazione dei conflitti che inevitabilmente nascono da queste forze perturbatrici che si dà nuova conoscenza e nuova coscienza.
Il ricercare lo stato nirvanico è un tentativo di rimanere nella totale passività; in quella fusionalità iniziale che il bambino sperimenta nell’essere un tutt’uno con la madre.
La passività è un piacere che ha connotazioni anche erotiche, è quella sensazione piacevolissima di lasciarsi andare, di potersi abbandonare completamente.
E’ la possibilità di non dover tenere sempre tutto sotto controllo cosa questa che per alcuni individui è quasi preclusa ed è senz’altro una grande conquista quando riescono a sperimentare che è possibile “mollare la presa”.
E’ quella sensazione benefica che viviamo quando sappiamo che c’è qualcuno che pensa a noi, che vigila sopra di noi, ma perchè la passività resti nel suo aspetto positivo è importante sapere che è questo un momento necessario, ma che non preclude l’altro lato quello dell’attività.
La fascinazione negativa comincia quando il vivere solo passivamente si vorrebbe che diventasse la regola che tutto si risolvesse in esso.
Quando la passività comporta proiettare l’agire fuori di sè (tipico delle donne che proiettano il poter agire sul partner) .
Lo stato che affascina è la condizione in cui l’Io non è ancora cosciente di sè, non conosce ancora la tensione che lo attraversa proprio perchè ancora non vive, non è cosciente della realtà con cui deve fare i conti assumendosi la responsabilità delle proprie scelte che prevedono l’aprirsi ad una possibilità escludendone altre.
E’ forse il lontano ricordo di appagamento immediato che affascina l’uomo, così come il canto delle sirene cercava di persuadere Ulisse ad interrompere il suo viaggio per abbandonarsi nell’oblio incantato e suadente del “nulla”.
Ritroviamo due forze tra loro opposte in due tendenze che sono presenti nell’uomo: la prima è comune a tutti gli esseri viventi ed è quella di “dover essere ciò che si è”, tendenza questa che è iscritta in modo indelebile: il bisogno di individuarsi.
La seconda, che gioca il ruolo opposto è la tendenza ad identificarsi, che significa ripetere in modo identico un modello, o detto con altre parole, la tendenza ad uniformarsi ad un ruolo proposto dall’ambiente sociale.
L’uomo ha la necessità imprescindibile di vivere nel consorzio dei suoi simili, ma questo comporta un inevitabile conflitto che sorge tra la sua specificità, diversità, e quindi tra le sue esigenze interiori e la tendenza a cedere alla proposta sociale di conformarsi con credenze, usi, valori che la società stessa gli propone.
Accade dunque che l’Io si identifichi con il ruolo approvato dalla collettività e irrigidendosi in esso non riesca ad accogliere i suoi bisogni interiori che dall’inconscio premono per essere accolti dalla coscienza.
Il conflitto nasce perchè queste nuove istanze inconsciamente sono avvertite come incompatibili con i valori, la modalità di vita che l’Io ha adottato assimilandole dal contesto sociale.
Inoltre proprio perchè l’individuo non si è aperto al dialogo con l’inconscio ha timore di non essere in grado di poter gestire le proprie tensioni interiori e avverte l’inconscio come una minaccia costante che potrebbe distruggere quel sistema di conoscenza che egli avverte come la propria identità.
Ne risulta un irrigidimento della coscienza che lo spinge a restare assoggettato (quindi in uno stato di schiavitù) ad una autorità posta fuori di sè (il genitore, il sociale ecc.) al quale di fatto demanda il potere di risolvere in sua vece i problemi che la vita gli sottopone.
Deve così limitare la propria esistenza entro rigidi schemi di comportamento illudendosi invece di essere padrone di se stesso.
Così non è, perchè egli si limita a tenere in piedi solo delle barriere che servono all’ego come difesa contro sue parti interiori, paletti difensivi in cui vanno a confluire tutte le sue energie.
Nel difendersi da se stesso e dalle infinite sollecitazioni e quesiti che l’esistenza di volta in volta gli sottopone egli ha rinunciato ad essere proprietario della sua vita.
Nasce così la nevrosi, che Jung definisce come un compromesso che si è stipulato con se stessi, nasce dal tentativo di soluzione esaustiva e definitiva al conflitto aperto tra io e inconscio.
Il sintomo nevrotico è sotto questo aspetto il segnale dell’interruzione del dialogo interiore da cui scaturisce il divenire, l’evoluzione della personalità.
Il “vantaggio” che tale compromesso si ripromette di ottenere è dunque quello di non sostenere il conflitto, il che significa la tendenza a conservare uno stato di quiete che il conflitto, come è ovvio, non consente.
Ma la vita non si arrende così facilmente e ci riprova e lo fa con la nevrosi che lungi dal dare la calma desiderata si consolida e torna a riproporsi più e più volte denunciando la forte esigenza di dialogo interiore che al soggetto manca.
Ecco perchè Jung sostiene che il sintomo nevrotico non è solo una conseguenza provocata da una causa esistita in un determinato momento, ma è anche un tentativo verso una nuova modalità di vita.

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