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La subletteratura, è timida. Quasi tutti i suoi sconosciuti protagonisti stentano a ritrovarsi in se medesimi. Molti ancora inseguono questa illusione della promozione letteraria, l’illusione della fama, del successo, del denaro. Essi si scannano reciprocamente per uno spazio in più da qualche parte, per una citazione che li valorizzi. Non dico tutti, ma un buon lato della subletteratura è così: non ha ancora piena consapevolezza di sé. Ha paura di tradire una debolezza, come gli studenti che prima di un esame non vi diranno mai che non hanno letto quel testo in programma (poniamo: Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci). Ma chi si comporta così legittima l’esame letterario, si sottomette alla legge di decimazione, accetta che la sua opera e lui medesimo finiscano o nell’Olimpo o nel Nulla. E’ una sfida mortale, ma anche una trappola. Chi ha detto che quello sia davvero l’Olimpo? Chi ha detto che il Nulla non sia proprio in quella malia di fama, in quella “fame” di essere considerato letterato? Per agire bisogna capovolgere questa timidezza. La subletteratura non ha precedenti, perché non ha maestri da rivendicare e non può essere processata.
Qui non troverete i discepoli attenti di nessuno, ma i ragazzi cacciati di classe. Perché la subletteratura non è qualcosa di meno della letteratura, è semplicemente diversa. E’ una zona di confine, di scavo, posta alla periferia o nei sotterranei del Gioco, per guardare oltre: gli inferni e le ellissi galattiche nello specchio di sé, qui ed ora.
Finora, per quanto vocianti, eravate tutti muti fratelli miei. Muti come l’ombra di mio padre, morto due anni fa, autore di straordinarie opere che solo la pusillanimità dei suoi coetanei ha potuto fare in modo che restassero ancor oggi semisconosciute o addirittura manoscritte.
Ma adesso Vomito prende voce: c’è. Io stesso vedo le righe nere che s’allungano, scelgo i disegni che lo accompagnano, leggo le avventure, le trame, gli scontri ideali, la ricchezza e le smanie che agitano questo pianeta dell’esclusione, da cui abbiamo deciso di uscire.
Quello che chiedo ai subletterati è insomma il coraggio della propria affermazione, la valorizzazione del buio della loro produzione, l’esaltazione della parola contro il silenzio, perché l’indifferenza ci ascolti.
Noi siamo il cuore pulsante, il nero grumo delle viscere, i nervi, i muscoli di un corpo enorme.
La nostra è una parola, una spiritualità fatta di materia, di pelle, di sudori, di sperma, di tagli, di ferite, di fughe, di viaggi, di perle, una cosa che siamo noi stessi, il nostro corpo e tutto quello che ne abbiamo fatto, che abbiamo lasciato che ne facessero, una sostanza che l’universo ha reso cattiva, che s’agita e scatta, che - agile - s’avventa, ma pure si rinchiude, ha paura, piange nelle notti di neve, geme di sguardi e infine è dolce, come il ventre liscio di un frutto esotico, morbida, come certe brezze d’agosto profumate di gelsomino e, talvolta, di amore.
La subletteratura non è mai esistita, perché non ha mai saputo di esserci. Ma ora lo sa.

Vomito n.1 - Dicembre 1985

estemporaneita’

Marzo 21, 2007

eggia

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Oltre la commedia della vita, il “sueño” di cui parlava Lope De Vega, ce n’è un’altra che ne è il raddoppiamento esasperato: la commedia dell’informazione. L’autore è sconosciuto, i registi si confondono con gli attori, il pubblico siede in scena e si guarda come in uno specchio. Luci, battute, sfondi possono variare più che a Broadway, i personaggi sono illimitati più che nei kolossal di Cecil B. De Mille, eppure il copione sembra ripetersi noiosamente, le trovate si rassomigliano tutte, il tono della rappresentazione si conserva assurdamente falso, eternamente clamoroso e inutile allo stesso tempo.
La commedia dell’informazione, a differenza dell’altra, non prevede alcun finale, ma a nessuno importa. La recita alimenta se stessa indipendentemente da qualunque trama, le cose dette nel primo atto possono essere smentite nel terzo, riconfermate nel quindicesimo, smentite nuovamente nel ventesimo e così via. Personaggi morti recitano come se fossero vivi, personaggi vivi vengono considerati morti. La commedia si basa su un gran numero di effetti speciali, quali neppure Spielberg si è mai potuto permettere.
Il successo in ogni caso è assicurato da una paroletta inglese: “news”. Le “news” sono la sostanza, l’idolo, l’alfa e l’omega della commedia. Chi ha molte “news” è ricco, chi ne ha poche è povero.
Tutto si può tradurre in “news”. Morti, malattie, matrimoni, amori e tragedie, denaro e violenza, guerre e vacanze: niente sfugge agli imbalsamatori di “news”. Le nostre stesse persone in carne e ossa diventano qualche volta semplici “news”.
D’altra parte ci sono notizie-bomba e bombe che non fanno notizia. Il valore esplosivo, l’importanza delle “news”, è quasi sempre arbitrario. Il colore dei capelli di un attore può essere più interessante di un terremoto a Città del Messico, l’invenzione di un nuovo deodorante più clamorosa della scoperta di una stella nova.
Ovviamente la commedia coinvolge tanti di quei personaggi, tante di quelle situazioni che è impossibile seguirli tutti. La quantità di “news” è tale che nemmeno un gigantesco computer le potrebbe registrare, figuriamoci un modesto cervello umano… Le statistiche rilevano che su quattro miliardi di abitanti della terra solo un miliardo è vagamente informato, ma sempre troppo poco.
Non solo la gente “comune”, ma anche gli addetti al teatro, i cosiddetti professionisti delle “news”, sanno poco o nulla. Conoscevo uno “specialista” che impiegava tre/quattro ore della sua mattinata nello studio accuratissimo di tutti i quotidiani, eppure riusciva a malapena a conoscere le “news” che riguardavano il torneo femminile di basket. Come Dapporto ha le sue barzellette, così i giornalisti hanno la loro collezione di “news”. Ma ogni collezione non è che un microscopico frammento di un “tutto” infinitamente grande, tanto da essere invisibile.
Parafrasando Marx si potrebbe dire che il mondo è una immensa distesa di “news”. E, come le merci, anche le “news” sono opache. Esse nascondono più che rivelare. Chiunque si trovi ad essere per qualche tempo ridotto a una “news”, sa che vi è una bella differenza tra la concretezza del vivere e questa sua originalissima rappresentazione. L’inganno è alla base della stessa verità delle “news”, che tuttavia, per lo più, sono decisamente false.
La vanità delle “news”, la loro “opacità” è direttamente proporzionale all’inesistenza del loro intreccio. Per giunta il loro ritmo di invecchiamento è spaventosamente rapido. Se ci distraiamo un attimo dallo spettacolo, volgendoci per un po’ su noi stessi, l’intero universo che aveva occupato la nostra mente fino ad allora svanisce senza lasciare tracce. Le “news” più solide, più costruite, più eterne vengono sostituite continuamente da “news” più giovani e fresche. Ogni secondo, milioni di nuove “news” scacciano le anziane. Il ritmo delle telescriventi è infinitamente più veloce di quello delle mitragliatrici a tiro rapido.
Anche noi di Frigidaire, pur avendo in antipatia la commedia, siamo fatti di “news”, ci scivoliamo sopra come sul sapone, ne veniamo catturati. Vorremmo evadere da questa rappresentazione, ma ne facciamo parte nostro malgrado. Come l’imputato del processo di Kafka sappiamo di essere sotto inchiesta, ma non sappiamo né chi sia il giudice, né quale sia l’accusa, ed anche l’inchiesta non è poi così sicura.
Forse l’unica anti-notizia vera è l’oblio delle “news”. Forse dovremmo lasciarci incantare dal silenzio. Forse l’informazione reale implica la fine dell’illusione di essere informati…
Se non altro questa possibilità è una speranza. Ma, conoscendo il carattere della gente e l’umana debolezza, si potrebbe quasi giurare che anche la speranza è un ingrediente della commedia.
Punto e a capo dunque. E così sia.

Frigidaire n.71 - Ottobre 1986
vincenzo sparagna